Un’inchiesta del New York Times ha messo in luce come termini come “transgender”, “donne”, “pregiudizi”, “disparità”, “inquinamento”, “giustizia razziale” e persino “hate speech” siano stati banditi o scoraggiati, riflettendo le priorità politiche dell’amministrazione Trump. Questo intervento non si è limitato al linguaggio, ma ha avuto conseguenze pratiche: celebrazioni come il Martin Luther King Day e il Pride Month sono state cancellate in ambito militare, mentre interi dipartimenti universitari dedicati agli studi di genere e al cambiamento climatico hanno chiuso per mancanza di fondi.
Al centro di questa battaglia ideologica c’è il rifiuto dell’identità di genere e delle politiche di diversità e inclusione, considerate da Trump come pericolose e discriminatorie nei confronti dei maschi bianchi. Tra le prime misure del suo governo, infatti, vi è stata la cancellazione di iniziative DEI (Diversity, Equity & Inclusion) e il divieto per le persone transgender di partecipare agli sport femminili. Questa strategia rientra in una forma di cancel culture selettiva: mentre la destra radicale critica la “cultura della cancellazione” progressista, Trump ha di fatto applicato lo stesso principio, eliminando ogni riferimento a temi che considera ostili alla sua visione conservatrice.
La conseguenza è stata una ridefinizione del discorso pubblico in linea con la narrazione della sua amministrazione. Infine, il controllo del linguaggio ha implicazioni dirette sulla ricerca e sull’informazione: molte università e istituzioni scientifiche hanno iniziato ad autocensurarsi per non perdere fondi federali, con il rischio di un impoverimento del dibattito accademico e politico.